RUNNING: DESERTO CHE PASSIONE

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Quando si dice deserto si pensa subito alle immense distese di sabbia gialla del Sahara, il deserto più grande al mondo, con le sue splendide dune cangianti, dove sanno orientarsi solo i beduini, che con i loro fedeli cammelli li attraversano come fossero autostrade. Affascinante, certo, ma davvero difficile correre in una location così, con i piedi che sprofondano e il percorso che cambia continuamente. Per non parlare del caldo.

Chi è alla ricerca di lande desolate da percorrere a piedi, qualche altro tipo di paesaggio lo si trova. Per esempio il Salar de Uyuniche, in Bolivia, è un’enorme distesa di sale, piatta come una tavola e vuota, oppure il deserto del Gobi, in Mongolia, che con le sue rocce che spuntano dalle dune di sabbia è detto “deserto di fiamma”.

Tra i deserti più affascinanti del mondo, poi, ci sono il meraviglioso Wadi Rum, in Giordania, il Deserto di Thar, in India, il Deserto di Atacama, in Cile, il luogo più secco del pianeta, il Deserto del Kalahari, nel Botswana, il Deserto del Mojave, negli Stati Uniti. E poi i deserti freddi, come quello della Patagonia, in Argentina, e l’Antartide.

 

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RUNNING: CORRERE IN GIRO PER IL MONDO

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Per quanto i meno atletici stentino a crederci, sono tanti gli sportivi che fanno della corsa non solo un modo per smaltire la ciccia, ma uno stile di vita. Attività naturale per eccellenza, è lo sport più antico del mondo ed il più semplice da praticare. Un paio di scarpe ben allacciate e via.

Uno dei modi più divertenti per correre è farlo in compagnia, magari in un posto nuovo. Per esempio, in vacanza con uno dei tanti tour operator che organizzano viaggi in occasione di una maratona nel mondo. Maratone classiche come quella di New York, Londra o Tokyo, sulla muraglia cinese o sulla sabbia del Madagascar. Ci sono anche le mezze maratone, per chi non se la sente di fare tutti quei chilometri, ma anche l’ultramaratona del Sahara, per i più allenati.

Se l’idea vi interessa, alcuni siti da consultare sono Ovunque running e Terramia.

 

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RUNNING: OLTRE LA MARATONA

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Le gare podistiche che superano i circa 42 km (la lunghezza della maratona classica), sono dette ultramaratone. E visto che la faticaccia è assicurata, spesso si svolgono in ambienti estremi, come il deserto o l’alta montagna. Possono durare alcune decine d’ore oppure di alcuni giorni. Panorama spettacolare durante il percorso e indicibile soddisfazione dopo.

La corsa più conosciuta è la Marathon des Sables, che si svolge nel sud del Marocco tra le pietraie e le enormi dune del deserto del Sahara. È una gara a tappe, 240 km e sei giorni con in spalla uno zainetto e un kit di sopravvivenza. Ogni tratto copre la lunghezza di una maratona e si corre in completa autosufficienza alimentare, a parte i nove litri d’acqua giornalieri a disposizione degli atleti, che si possono ritirare – un po’ per volta – nei punti ristoro situati ogni 10 km lungo il percorso.

Oltre a questo tipo di competizioni, ce ne sono altre ancora più toste. Sono le ultramaratone non-stop: 100, 150, 200, 250 km o anche di più, in una sola volta. Suona impossibile, ma non significa che sia vietato fermarsi. Solo che non è obbligatorio o prefissato. Si inizia a correre e ci si ferma quande se ne sente il bisogno, e per il tempo che si vuole. E così, si può andare avanti per 30, 40 ore di fila in completa autosufficienza, di giorno e di notte, da soli o in compagnia. Il massimo dello spettacolo.

 

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RUNNING: IL DESERTO, DI CORSA

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Caldo indescrivibile, tanta fatica e paesaggi da urlo: è la sfida estrema di sabbia, sole e vento che spinge Giuliano Pugolotti a correre una ultra-maratona dopo l’altra nei deserti del mondo.

A vederlo così non si direbbe che quest’uomo sorridente e abbronzato, magro ma non troppo, abbia corso nel deserto per ben 188 km e 35 ore,senza mai fermarsi, appena tre mesi fa. Capelli brizzolati, guance tonde, jeans e camicia, stretta di mano decisa: Giuliano Pugolotti, 53 anni, pubblicitario con la passione per la corsa estrema, negli scorsi 8 anni ha partecipato a ben 15 competizioni in alcuni deserti del mondo. Viene a trovarci nella redazione di Latitudes in un pomeriggio d’inizio luglio e ci riempie di parole, immagini, pensieri. La prima volta che ha visto il deserto, è stato per correre. Cercava una nuova sfida, uno stimolo per incanalare la sua adrenalina, ed eccolo in Tunisia, in mezzo ad altri runner molto più esperti di lui.

Con il sacco a pelo da supermercato e lo zaino troppo pesante, capisce di aver fatto una scelta incosciente, esagerata. Sembra un turista in mezzo agli atleti, vorrebbe tornare a casa, ma dopo una nottata di conflitti interiori decide di non mollare. E il giorno dopo inizia la sua prima extreme run, una corsa di 120 km divisa in cinque tappe tra le dune del Sahara. Arriva tra gli ultimi, stanchissimo, ma sa che non è finita. Seguiranno altre 14 competizioni, sempre più estreme: di nuovo nel Sahara, poi in Libia nel deserto del Ghat, tra le difficili rocce del Gobi in Cina, sul massiccio Hoggar Assekrem in Algeria, nel deserto di Atacama in Cile, nel Wadi Rum in Giordania. “Nel deserto capisci che la natura ha una forza enorme, impetuosa, in grado di tirare fuori e ingrandire ogni tua minima debolezza. Se gli fai vedere che hai paura, non ne esci. Per affrontarla devi essere deciso, lavorare su te stesso e non mollare mai”. Neanche se c’è un caldo incredibile, che asciuga tutte le energie, neanche se l’aria è pesante e intorno c’è solo sabbia.

Giuliano ci spiega che esistono diversi tipi di gare: a tappe come la sua prima esperienza, o in un’unica sessione, come la Extreme Desert Cup, che ha completato lo scorso aprile in Marocco. Nel primo caso la gara è divisa in blocchi, praticamente si corre una maratona al giorno per 4 giorni, e l’ultimo giorno si chiude con 90-95 km, dormendo in sacco a pelo nelle tende fornite dall’organizzazione. Nel secondo caso, invece, si parte e si arriva quando si vuole, fermandosi ai check point per fare rifornimento d’acqua. Il cibo si porta da casa e deve stare tutto nello zaino, insieme a sacco a pelo, torcia, paravento e poco altro. Da bravo emiliano, Giuliano si porta un chilo di parmigiano reggiano e la pasta liofilizzata – altro che barrette – e invece degli integratori preferisce il sale marino, che si fa incapsulare dalla farmacia di fiducia. Semplice, come la corsa.

E gli allenamenti? Non c’è una regola, o almeno non ce la dice. Corre quando ha tempo, la mattina prestissimo, prima di andare in ufficio, oppure la sera dopo il lavoro. Da come parla, sembra che la cosa su cui bisogna concentrarsi veramente sia la testa. Se i muscoli sono allenati, vanno. Il più è convincere il proprio corpo a muoverli ininterrottamente per chilometri e chilometri. A cosa pensare? Come tenersi motivati? Giuliano resta vago, non sa spiegarlo: “Penso a tutto quello a cui non penso normalmente, a cose banali e serie, e poi mi concentro sui segnali che mi dà il mio fisico”. Certo, bisogna essere sportivi, irrequieti, determinati, amare il movimento e la fatica, apprezzare quella soddisfazione che si ottiene con la conquista di un obiettivo, e non accontentarsi mai.

Ma come ha iniziato a correre, uno così? Comincia a 32 anni, per caso. Un giorno è al parco a fare jogging con una magliettaccia e le scarpe sottomarca, e per non annoiarsi decide di seguire un altro corridore. Un giro, due, tre. Cerca di parlargli per ingannare il tempo, ma quello non vuole saperne. Alla fine l’uomo si gira e gli chiede se fa le gare, e che dovrebbe proprio farle, perché è bravo, ha la stoffa. E infatti. Diventano amici, lo coinvolge, gli dà dei consigli su come allenarsi, su quali competizioni fare. Corre la prima maratona e si accorge di essere tagliato per questo sport. Si appassiona alla fatica, alla sfida con se stesso, e non smette più. Dopo 18 maratone in cui l’unico gioco è quello di risparmiare qualche secondo, si stufa e cerca qualcosa di più difficile, qualcosa per cui lottare. Ed eccolo nel deserto, un nuovo amore.

Bellissimo, ostile, difficile da far paura. “Laggiù sei solo con te stesso, tu e il mostro del deserto. Ci vuole tanta grinta per trovare la sicurezza e la motivazione per tenere duro, ma quando ce la fai è pazzesco”. La sua soddisfazione si legge in quegli occhi che si fanno piccolissimi quando ride – e ride spesso – mentre ci mostra i suoi trofei. Niente coppe o medaglie, ma le foto che scatta quando combatte il mostro, con la fotocamera compatta che porta sempre con sé. Una luna gigante sulla sua testa, un autoscatto con gli occhiali da sole e il cappellino, una fila indiana di corridori in cima a una duna, una striscia infinita di sabbia bianca, le scarpe distrutte, un tramonto di fuoco che sembra non finire più.


Testo di Giorgia Boitano | Foto di Giuliano Pugolotti  © RIPRODUZIONE RISERVATA

 

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CONFESSO CHE HO VIAGGIATO, DIARIO DI UN GLOBETROTTER

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Che cosa resta di un viaggio? Quali tracce lascia nell’anima? Quali pensieri, immagini, emozioni? Prova a raccontarlo Pier Vincenzo Zoli, giornalista globetrotter, nel suo libro Confesso che ho viaggiato. Una raccolta di ricordi sparsi, più che una confessione, per condividere 25 anni di esperienze vissute da una parte all’altra del mondo, sempre in giro, sempre con quella voglia di conoscere e di capire.

La Bretagna con i suoi miti e le storie di cavalieri, la tundra norvegese con le sue antiche leggende, le cascate paradiso delle fate in Islanda, le isole buone e quelle cattive nella Finlandia del nord, le aride montagne nel Musandam, in Oman, il mare in tempesta nel punto più a nord delle coste scozzesi, le immobili vie d’acqua e i mulini in Olanda.

I luoghi rivivono nel ricordo, parlano di se stessi e di chi li abita: gente semplice, curiosa, persone incontrate per caso e rimaste impresse per sempre.

Un vecchio boscaiolo zoppo e la sua capanna in riva a un lago finlandese, il gestore di un improbabile pub in un villaggio fantasma tra i fiordi a nord della Norvegia, un giovane pescatore tunisino che sogna Lampedusa e un futuro in Italia, un uomo pieno di rughe ma senza età che tira su le reti in un’isola dell’oceano Indiano, i bushmen divertiti nell’Arnhem Land australiano, un cercatore d’oro nel nord della Finlandia.

Come in un diario, le memorie saltano da un punto all’altro secondo l’ordine casuale e perfetto di una geografia personale. 270 pagine da leggere piano piano, senza fretta, prendendosi il tempo di assaporare ogni luogo e accompagnare l’autore nelle sue avventure, come mosche attente e invisibili. Sembra di essere lì, in ospedale, mentre Zoli racconta tutto a due compagni di corsia, Mario il falegname e il professore-poeta, alla vigilia di una difficile operazione. In un momento in cui la vita si complica, la mente va ad aggrapparsi al passato, si rifugia, tira le somme, gioisce per ciò che è stato e si fa forza per ciò che sarà.

Indelebili souvenir dal mondo, ecco cosa resta nelle tasche di un viaggiatore.

Confesso che ho viaggiato, Pier Vincenzo Zoli, Casa Editrice Tresogni 2013, pp. 270, 14 euro

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