NORVEGIA. HURTIGRUTEN, IL POSTALE DEI FIORDI

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Ho sempre avuto la passione per il grande Nord: terre fredde e sconfinate che guardano l’Oceano Artico, dove le stagioni fanno i capricci, passando dal sole di mezzanotte estivo alla notte più lunga che c’è. Per non parlare dei giochi di luce stroboscopici dell’Aurora Boreale, uno di quei fenomeni da vedere almeno una volta nella vita. E ancora, coste frastagliate, neve e tundra, renne e orsi polari, cani da slitta e cappelli con il pelo. Situata sull’orlo occidentale della penisola scandinava, la Norvegia è un posto dove la modernità è arrivata a scaglioni, senza intaccare la pace che circonda le piccole casette in legno rosso, affacciate su uno specchio di acqua buia e circondate dal verde.

Dicono che si viva molto bene da queste parti, o almeno così ho letto nel reportage che ho curato per il numero di maggio di Latitudes, dove l’autore del testo racconta di un italiano trasferitosi lassù e mai più tornato. Lo ha incontrato durante un viaggio alla scoperta dei fiordi norvegesi, a bordo del postale Hurtigruten, una specie di bus-crociera che in 10 giorni permette di vedere scorci fantastici, insenature naturali, gole profonde, distese di mare immobile e tipiche città nordiche.

Nei prossimi post vi racconterò alcune curiosità nordiche che vi faranno venire voglia di partire per il lontano Nord. Io mi imbarcherei oggi stesso…

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GRANDMA’S APPLE PIE

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What you need:

350 g flour

190 g brown sugar

4 big apples

2 eggs

70 g (1/2 glass) extra virgin olive oil)

1/2 sachet yeast

125 g whole milk yogurt

cinnamon

How to prepare:

Pre-heat the oven at the maximum leve. Peel the apples and cut into small irregular parts (like little triangles) and put the pieces in a bowl.

Take another bowl and put the ingredients into it: flour, sugar, oil, yogurt, eggs and yeast. Mix with a spoon until it’s uniformly blended. Add the apples, sprinkle with cinnamon and mix again.

Cover a casserole with oven paper and fill it with the mixture you’ve just prepared. Cut the exceeding paper and put in the pre-heated oven at 180° for 1 hour.

Check it sometimes, never trust recipes timings 🙂

Anyway, you should smell the parfume when it’s ready. When the surface is golden and the borders are almost brown (not burnt), remove the casserole from the oven. Wait until it’s cool, call your friends and serve.

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ODILLA, LA BOTTEGA DEL CIOCCOLATO A TORINO

 

Odilla-8 Il profumo di cacao si sente da lontano, è un richiamo che attira e ingolosisce i palati più suscettibili, conducendoli in un piccolo paradiso gourmet. Un negozio di meraviglie in delicato oro nero, che dopo un’attenta lavorazione e un delizioso confezionamento, fanno bella mostra di sé su scaffali, vetrinette e vassoi cui non è semplice resistere. Dietro il bancone, tutti sorridono e basta assaggiare un cioccolatino per capire perché.

Torino è famosa per le merende da re che si possono gustare nei tanti caffè o nelle pasticcerie che affollano i viali della città. Basta girare un angolo per trovare invitanti concentrati di glucosio pronti per regalare allegria istantanea. Star indiscussa è il cioccolato, celebrato ogni anno dalla fiera Cioccolatò, evento dedicato alla eccellente produzione made in Italy di questo nettare che, se accostato alle nocciole piemontesi, dà vita a prelibatezze come il gianduiotto.

Ma non tutto il cioccolato è uguale. Per scoprirne l’arte, sono andata a trovare Gabriele Maiolani, Maître Chocolatier e anima della Chocolaterie Odilla, bottega dove crea attimi di estasi insieme alla mamma Odilla Bastioni. Tutto nasce dall’incontro con il guru del cioccolato Monsieur Sauvadet André e dal contatto con due donne, Joanne Harris e Juliette Binoche, rispettivamente scrittrice e attrice del celebre film Chocolat. Dal cinema alla realtà, come nei sogni. Un colpo di fulmine per questo dolce mondo che appassiona Gabriele e lo porta a seguire il maestro all’Ecole du Grand Chocolat di Lapalisse, nella regione dell’Auvergne, in mezzo alla Francia. Al suo ritorno, nel 2004, apre il primo laboratorio, grande solo 9 metri quadrati. Da quel momento non ha mai smesso di deliziare i torinesi.

Mi fa assaggiare un cioccolatino e ne resto inebriata. La sua superficie sottile ma croccante si rompe con una leggera pressione della lingua, liberando una morbida crema con sentore di nocciola sul palato, e poi in tutta la bocca, lasciandomi sorridente e ingolosita. Scopro che si chiama Godo’ e ne esistono varie versioni leggermente diverse, ma per apprezzare ancora di più questo gioiello ipercalorico, mi sposto nel laboratorio.

Un misto di suggestioni cinematografiche tra la piccola bottega di Chocolat e la fabbrica di Willie Wonka: la stanza è piena di macchinari tecnologici pronti a frullare dolci ingredienti per tradurli in tentazioni mignon. Il maître chocolatier mi racconta le fasi del suo lavoro: parte dalle fave di cacao, cui aggiunge le nocciole delle Langhe, precedentemente macinate a vuoto per conservarne l’aroma, e poi continua con le lente procedure per rendere la pasta morbida e delicata al punto giusto. Per realizzare la copertura, invece, usa gli stampi, mentre per le altre sfoglie sottilissime, ha studiato e studiato, finché non ha trovato la soluzione, modificando ad hoc uno dei suoi robot da cucina.

È tutto un gioco di temperature e misurazioni precisissime, calcolate con cura e anni di esperienza: si va dalla fase di riposo a oltre 50 gradi, alla fase di temperamento, fino alla lavorazione a freddo, per rendere la superficie più lucida. Tutte tecniche sofisticate, che hanno fatto aggiudicare a Gabriele il titolo di Maestro del Gusto per il biennio 2010-2012.

Ma i Godo’ non sono le uniche creazioni firmate Odilla: il negozio è pieno di cioccolato in tutte le forme, impacchettato con mille colori, in tavolette o lingotti di varie dimensioni, nella figura di una gallina o di un sorridente coniglio, in quadratini decorati e invitanti palline ricoperte di cacao. Dopo la ghiotta visita al laboratorio, rientrare nella boutique è ancora più piacevole. La gioia delle narici al contatto con l’aria dolce si somma all’entusiasmo dello sguardo, che non smette di rimbalzare da una delizia all’altra.

Una signora incollata alla vetrinetta è intenta a scegliere le piccole leccornie che le rassereneranno la giornata. I vassoi sono pieni di praline classificate secondo i gusti, fondente nero o al latte, con nocciola, pistacchio o noce, ripieno di lampone o zucchero di canna, e poi al liquore, al peperoncino e tanti altri dolci cubetti disegnati con coloratissimo burro di cacao. Spicca tra queste piccole voglie, la pralina al frutto della passione, unica nel suo genere perché ideata e brevettata da Gabriele. Assaggio una fragola candita ricoperta di cioccolato croccante, incantevole accostamento che compete con l’armonica combinazione che il cacao ha con altri frutti come il fico e la mela cotogna. Affollati su piatti uno accanto all’altro, sono una tentazione indecisa per palati in cerca di zuccheri.

La signora è ancora lì che sceglie: “Ci ho ripensato, sa, assaggio anche queste pepite qui”. Inutile resistere a tanta dolcezza.

 

Articolo pubblicato su Latitudeslife

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SARDEGNA, PECORINO TECNOLOGICO

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La produzione di pecorino sardo è un rito antico realizzato ancora oggi da uomini che vivono in simbiosi col proprio gregge, isolati dal mondo. A Funtanazza, nel paradiso della Costa Verde, Mauro e Sandro Lampis producono pecorino e ricotta da agricoltura biologica seguendo le orme del bisnonno Pietro, che produceva formaggio già dalla metà dell’Ottocento. La storia prosegue con nonno Raimondo e quindi con babbo Pietro che, pur avendo visto l’uomo sbarcare sulla luna, mai avrebbe pensato che i figli Mauro e Sandro sarebbero stati fra gli allevatori più innovativi al mondo. I due giovani Lampis sono tra i primi a usare l’alta tecnologia nelle fasi di mungitura e monitoraggio del gregge e della produzione. E così, è normale a Funtanazza ritrovarsi tra le pecore con un PC tra le mani per valutare una serie di dati riferiti a ogni singolo capo di bestiame e produrre un pecorino squisito. “Fra tradizione e innovazione” è uno degli slogan più abusati, ma qui è la realtà dei fatti.

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